La donna che ha fatto annullare 800 matrimoni di spose bambine in Africa (VIDEO)

Bernadette Matison è da poco diventata maggiorenne e a quindici anni era già moglie di un uomo molto più grande di lei e madre di un bambino. Per accudire la sua famiglia ha dovuto lasciare la scuola perdendo per sempre la spensieratezza della sua adolescenza.

La storia di Bernadette è uguale a quella di tante altre ragazze del Malawi. Si stima infatti che qui, una bambina su due, ancor prima di aver compiuto i 18 anni, è promessa sposa dai genitori.

Una tradizione tribale che l’anziana leder Inkosi Theresa Kachindamotosta cercando di smantellare nel distretto di Dedza, nella regione centrale del Malawi. Anche lei, come l’attivista e psicologa indiana Kriti Bharti da anni lotta contro la pratica inconsueta che vede l’unione matrimoniale tra bambine e adulti.Ad oggi, Inkosi è riuscita ad annullare più di 800 matrimonisalvando così 500 bambine e 300 bambini e dando loro la possibilità di tornare tra i banchi di scuola. La stessa Bernadette dopo l’annullamento del suo ha raccontato:

“Sposandoci noi ragazze dobbiamo per forza lasciare la scuola per rimanere a casa ad accudire marito e figli. Ho provato sulla mia pelle le conseguenze di un’unione in giovane età. Molte mogli vengono anche picchiate se non rispettano le regole familiari”.

Porre fine ai maltrattamenti e incoraggiare i ragazzi a tornare a scuola sono proprio gli obiettivi dell’anziana leader, diventata una delle donne africane più influenti del mondo.

“I bambini non devono sposarsi prima del tempo, devono dare a scuola. Il loro compito non è fare le faccende domestiche o accudire i figli ma studiare perché solo l’istruzione può garantire loro un futuro”, dice Inkosi.

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L’impegno di Inkosi è stato molto criticato dalle altre comunità e dai leader tribali, ma nonostante ciò l’anziana donna non si è fermata,arrivando perfino a destituire chi favorisce i matrimoni tra bambini e adulti.

Il suo modo di agire è sicuramente controcorrente, secondo Human Rights Watch il 40% delle bambine dell’Africa subsahariana è costretta a sposarsi a 15 anni e a volte anche prima. Il motivo principale di queste unioni è la povertà, i genitori della futura sposa bambina ricevono soldi dalla famiglia dello sposo, una pratica che ricordiamolo, non esiste solo in Africa ma anche nei paesi asiatici.

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In Malawi la legge consente i matrimoni civili solo ai maggiorenni, molti allora optano per i riti tradizionali tribali, per questo Inkosi, leader della tribù ha il potere di deciderne lo scioglimento.

“Per combattere la povertà dico ai genitori: se fate studiare le vostre figlie avrete un futuro migliore“.

Dominella Trunfio

Fonte @GreenMe

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Macachi rinchiusi in laboratorio, i loro sguardi sembrano chiederci: è davvero necessario?

Marta, Charlie e altri macachi sono rinchiusi nelle gabbie di uno stabulario, presso un’importante università italiana. Questi non sono i loro veri nomi, che abbiamo deciso di non divulgare così come non divulgheremo il nome dell’università e di chi ci ha lavorato alcune settimane, con lo scopo di documentare e rendere visibile la loro triste vita.

Questi macachi vivono in piccole gabbie spoglie. Inseriti nel cranio e nelle tempie hanno degli elettrodi, necessari per gli esperimenti di neuroscienze a cui sono sottoposti. Una vita di totali privazioni porta molti di loro a comportamenti stereotipati: si muovono avanti e indietro nella gabbia, leccano compulsivamente le pareti e mordono senza sosta lucchetti e sbarre. Immagini come queste lasciano il segno. Non accade spesso di poter vedere video dall’interno dei laboratoridi ricerca. Questa è la prima indagine compiuta “sotto copertura” in Italia, mentre le più recenti in Europa sono di cinque o sei anni fa, che diffondiamo oggi in occasione del 40esimo anniversario della Giornata mondiale per gli animali nei laboratori.Nel video non si vedono esperimenti particolarmente cruenti, ma l’infinita tristezzain cui vivono questi macachi per lunghi anni di ricerche. Oltre la porta del laboratorio, dove vengono portati per gli esperimenti, bloccati nelle gabbie di contenzione, non sappiamo cosa accada. Ma crediamo che queste immagini siano sufficienti per interrogarci sull’utilizzo di primati e altri animali nelle università e nei centri di ricerca italiani. Il loro sguardo impotente tocca il cuore e non può lasciarci indifferenti. La domanda che questi animali sembrano porci è “davvero non possiamo fare in modo che questo non sia più necessario?”.Nel nostro Paese sono circa 600 i laboratori autorizzati dal ministero della Salute a compiere esperimenti su animali. Si tratta di centri di ricerca pubblici o privati, situati all’interno di aziende farmaceutiche, università e ospedali. Il dato positivo è che anno dopo anno il numero totale di animali utilizzati per la ricerca scientifica è in graduale diminuzione: oggi sono poco meno di 600mila, mentre soltanto dieci anni fa erano quasi un milione.

[Attenzione: le immagini potrebbero urtare la vostra sensibilità]

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

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Capodogli arenati avevano gli stomaci PIENI di plastica e parti di automobili

13 metri di rete da pesca e il coperchio di un motore sono solo alcuni dei contenuti sorprendenti trovate all’interno stomaci dei capodogli che negli ultimi tempi si sono spiaggiati sulla costa del Mare del Nord della Germania.

13 capodogli sono stati trovati arenati sulle coste del Mare del Nord, una zona che è troppo poco profonda per la fauna marina. Quello che è più inquietante è cosa è stato scoperto dentro di loro: gli scienziati sono stati profondamente disturbati da ciò che hanno trovato nello stomaco degli animali. Finora sono più di 30 i capodogli trovati spiaggiati dall’inizio dell’anno nel Regno Unito, Paesi Bassi, Francia, Danimarca e Germania.

Secondo un comunicato stampa dal Wadden Sea National Park in Schleswig-Holstein, molte delle balene avevano lo stomaco pieno di detriti di plastica, tra cui una rete da pesca di 13 metri di lunghezza, un pezzo di plastica di 70 centimetri da un auto e altri rifiuti di plastica.

Alcuni suggeriscono che gli animali hanno scambiato per cibo questi rifiuti, come i calamari, che è il loro alimento base. Altri, invece, ritengono che questo disastro è il risultato dello scioccante disprezzo dell’umanità per la vita marina, che ha portato ad una sovrabbondanza di plastica negli oceani. E’ infatti noto ad esempio che esistono dei veri e propri continenti di plasticanegli oceani e che la plastica da noi nel Mediterraneo è aumentata del 5000% in soli 3 anni e la situazione peggiora sempre di più.

 Robert Habeck mostra quello che hanno trovato nei capodogli
Robert Habeck mostra quello che hanno trovato nei capodogli

Ha detto Robert Habeck, ministro dell’ambiente per lo stato di Schleswig-Holstein:

“Questi risultati ci mostrano i risultati della nostra società basata sul consumo di plastica. Gli animali inavvertitamente consumano plastica e rifiuti di plastica, che li induce a soffrire, e nel peggiore dei casi, li induce a morire di fame a stomaco pieno”.

Nicola Hodgkins del gruppo Whale and Dolphin Conservation (trad. “Protezione di Balene e Delfini”) ha dichiarato:

“Anche se i rifiuti di grandi dimensioni possono causare problemi evidenti e bloccare l’intestino, non dobbiamo sottovalutare gli scarti più piccoli che possono causare invece problemi cronici per tutte le specie di cetacei. Non è quello il loro cibo”.

Questa non è la prima volta che un capodoglio è stato trovato morto con interiora piene di contenuti non commestibili. Nel 2011, una giovane balena è stata trovata morta galleggiante al largo dell’isola greca di Mykonos. Il suo stomaco era così dilatato che i biologi pensavano che l’animale avesse ingoiato un calamaro gigante. Tuttavia, quando i suoi quattro stomaci sono stati sezionati, sono stati trovati più di 100 sacchetti di plastica e altri pezzi di detriti.

Secondo il National Geographic, balene e delfini possono arenarsi per varie ragioni, come ad esempio un inquinamento acustico troppo elevato proveniente dalle barche e dalle trivellazioni o anche dai cambiamenti improvvisi del campo magnetico terrestre. In aggiunta le balene che si spiaggiano e muoiono hanno spesso un livello altissimo di tossine che assorbono dall’inquinamento del mare, come ad esempio piombo e mercurio, che creano danni cerebrali e quindi disorientamento che le porta a navigare su acque troppo basse. Vedi infatti l’articolo .Come il mercurio causa processi neurodegenerativi cerebrali

Il fatto che i loro stomaci siano pieni di rifiuti è un atto d’accusa orribile agli esseri umani. Come è stato riportato in passato, l’80% della plastica che viene gettata a terra finisce negli oceani, dove viene consumato da uccelli e pesci portando a morti sofferenti. Il fatto che l’umanità stia distruggendo tutti gli esseri viventi, essere umani inclusi, è tanto ironico quanto triste. Vedi questo commovente documentario MIDWAY: Il video che dovrebbe essere visto dal mondo intero.

Fino a quando gli esseri umani impareranno il valore del vivere in modo sostenibile rispettando tutte le forme di vita, avvenimenti come questo accadranno sempre più spesso.

Quali sono i tuoi pensieri? Fammi sapere la tua opinione nei commenti!

Fonte Dionidream

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La radice di tarassaco può uccidere le cellule leucemiche, del cancro alla prostata, seno e il melanoma chemio-resistente

Presente in tutti i giardini e lungo il bordo delle strade di campagna, il tarassaco ha un potenziale enorme quando si tratta di aiutare le persone che soffrono di cancro.

Il melanoma chemio-resistente è oggi il tipo più comune di cancro che colpisce i ragazzi di età compresa tra 25 a 29. L’unica opzione che i medici possono attualmente offrire a questi pazienti è un intervento chirurgico per rimuovere il tumore, seguito da immunoterapia, che di solito non funziona quando il melanoma ha metastatizzato.

Tuttavia, tutto ciò sembra destinato a cambiare, grazie ad u questa umile pianta che per millenni ha fatto parte dell’alimentazione dell’uomo ed oggi è considerata un erbaccia. Presso l’Università di Windsor in Ontario, il Dipartimento di Chimica e Biochimica ha dimostrato in uno studiopubblicato su Evidence-Based Complementary and Alternative Medicine che l’estratto di radice di tarassaco può indurre la morte delle cellule del melanoma umano senza comportare alcun tipo di tossicità. Infatti, il loro studio iniziale ha osservato le cellule tumorali disintegrarsi entro 48 ore, mentre le cellule sane sono rimaste inalterate. Lo studio è stato condotto dal professor Siyaram Pandey, PhD.

La tisana concentrata di radice di tarassaco utilizzata negli studi clinici

Il Windsor Regional Cancer Centre sta approfondendo i risultati di questo studio promettente e ha sviluppato la produzione di una polvere concentrata di radice di tarassaco che è significativamente più forte di quello trovato in negozi di alimenti naturali da sciogliere in acqua calda e bere. Si sta studiando l’effetto su 30 pazienti con vari tipi di cancro, tra cui la leucemia, che non hanno avuto successo con la terapia convenzionale.

Una dichiarazione sul sito web del progetto radice di tarassacopresso l’Università di Windsor afferma:

Dall’inizio di questo progetto, siamo stati in grado di valutare chiaramente in laboratorio l’effetto di un semplice estratto acquoso di radice di tarassaco in vari tipi di cellule tumorali umane, e abbiamo osservato la sua efficacia contro la leucemia a cellule T, la leucemia mielomonocitica cronica, cancro al pancreas e del colon, senza tossicità per le cellule non tumorali. Inoltre, l’efficacia di questi  studi è stata confermata anche in modelli animali (topi) che sono stati trapiantati con cellule tumorali di colon umano.

Il ricercatore e medico oncologo Dr. Caroline Hamm ha detto che alcuni dei suoi pazienti hanno notato miglioramenti dopo aver bevuto la tisana di radice di tarassacoacquistato nei negozi di alimenti naturali. Il tè concentrato potrebbe rivelarsi ancora più efficace, potenzialmente salvando innumerevoli vite.

Il tarassaco potrebbe aiutare a combattere diversi tumori

Uno studio del 2008 pubblicato sulla rivista International Journal of Oncology ha dimostrato che la tisana di tarassaco ha ridotto le cellule del cancro della mammella e della prostata. Un successivo rapporto sulla stessa rivista ha dimostrato che un integratore alimentare che conteneva il tarassaco ha soppresso la crescita delle cellule tumorali della prostata. Gli estratti di tarassaco hanno dimostrato la loro efficacia nel trattamento del cancro al seno e la leucemia nella medicina tradizionale cinese e nella medicina dei nativi americani.

Il tarassaco ha anche molti altri benefici

I vantaggi del tarassaco non finiscono qui. La radice di tarassaco può infatti

  • stimolare la secrezione della bile
  • alleviare le allergie
  • ridurre il colesterolo
  • pulire il fegato

Le foglie di tarassaco sono altrettanto benefiche perché

  • contengono inulina, un probiotico essenziale per la flora batterica intestinale
  • sono digestive
  • ricche di vitamine A, C, K
  • ricche di minerali come magnesio, zinco, fosforo, potassio e selenio
  • sciolgono i calcoli e ne previene la formazione
  • normalizzano la pressione sanguigna
  • sono antiossidanti, quindi difendono dai radicali liberi e rallentano l’invecchiamento
  • abbassano l’indice glicemico e quindi proteggono il pancreas e favoriscono la perdita del peso in eccesso

Come fare la tisana di radice di tarassaco

Il decotto viene consigliato per dare maggiore incisività alle proprietà del tarassaco: Prendere un cucchiaio di radici essiccate di tarassaco e farle bollire per circa cinque minuti in una tazza e mezza di acqua a fuoco basso, poi lasciare riposare il tutto per altri cinque minuti, filtrare e bere.

Controindicazioni: Il tarassaco è ben tollerato da tutti, ma può dare problemi a chi soffre di gastrite e assume farmaci per il controllo della glicemia.

Questa è solo una delle molte cure naturali che sta mostrando grande promessa nel trattamento di condizioni che la medicina convenzionale non è riuscita a curare. Innumerevoli altri rimedi naturali stanno probabilmente crescendo nelle foreste del nostro pianeta che aspettano solo di essere scoperte e studiate.

Fonte Dionidream

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Togliere il cellulare ai bambini é un atto d’amore per salvare la loro creatività

di Federica Federico

Togliete i cellulari dalle mani dei vostri figli e restituite loro i  meccanismi naturali della creatività, i giardini dei bambini (che tra poco illustreremo più nel dettaglio) possono rappresentare l’esempi di uno strumento favorevole alla crescita sana.

LA TECNOLOGIA NON È UN MALE, MEN CHE MENO È IL MALE ASSOLUTO!

Essa rappresenta uno strumento comunicativo a cui i bambini vanno abituati e a cui devono accedere; la conoscenza tecnologica (compresa quella social) va approfondita in una logica di competenze e di sfruttamento dei sistemi che la caratterizzano.

Il web apparterrà alla vita dei nostri figli, sia per lavoro, sia nelle quotidianità. Noi genitori, insieme alla scuola, dovremmo concorrere positivamente all’educazione web dei ragazzi favorendone l’accesso razionale e consapevole alla rete.

Tuttavia questa stessa tecnologia corre il rischio di invadere anziché accrescere, ovvero da rivoluzione culturale rischia di essere declassata a mera invasione tecnologica (invasione dei costumi più che invasione culturale e dei saperi). Questa eventuale svalutazione può dipende dal fatto che la tecnologia, così come è disponibile oggi per i nostri figli, è persuasiva e dà assuefazione: i ragazzi si abituano ad essere in rete, alla velocità della rete e escono, così, dalle dinamiche di contatto e interazione fisica. Ma non è colpa dei ragazzi, è colpa di noi adulti che non sappiamo proporre alternative, che non riusciamo a comprendere i codici comunicativi dei giovano né ci sforziamo di  spendere energie di condivisione.

La rete è veloce! Talvolta l’adulto la legge come invadente, ma non è questo il suo problema, semplicemente va gestito lo spazio di azione in rete e le modalità con cui grandi e piccoli vi accedono.

La velocità della rete ne garantisce la vastità di informazioni e la loro immediata fruibilità, tuttavia può rappresentare una distanza tra i bambini e il mondo reale.

LA RETE DÀ SUBITO I SUOI FRUTTI, I GIARDINI DEI BAMBINI POSSONO METTERCI UNA STAGIONE PER PRODURRE UN UNICO PICCOLO FIORE!

Perché la velocità della rete può allontanare i bambini dal mondo reale? La risposta è semplice: il mezzo informatico processa immagini, suoni e informazioni a una velocità straordinariamente superiore a quella reale. Il bambino che non abbia coscienza di altra forma di produzione fuori dalla rete, come il bambino che non ne sperimenti abitualmente altre, rischia di rimanere insoddisfatto dinnanzi alla lentezza del mondo fisico.

Si dice che i bambini tra gli zero e i due anni non dovrebbero essere esposti allo strumento televisivo, ciò proprio per la velocità con cui il televisore lancia e sintetizza impulsi visivi e uditivi; la stessa cosa vale per lo schermo di un PC, dinnanzi a un videogioco o al tablet.

Un buon genitore dovrebbe evitare di lasciare che il figlio non conosca la lentezza e il lento progredire della natura.

Ciò che stiamo affermando è che i bambini hanno diritto a testare lo strumento tecnologico, a provarlo, a entrarvi in contatto, a manipolarlo, tuttavia hanno lo stesso diritto rispetto alla conoscenza dei tempi lenti della natura.

“I giardini dei bambini” sono un’intuizione pedagogica della seconda metà dell’ottocento, malgrado la loro età hanno ancora un forte valore ideale.

FU IL PEDAGOGO TEDESCO FROEBEL A VOLERE L’INTRODUZIONE NELLE SCUOLE DEI GIARDINI DEI BAMBINI, UN LUOGO DOVE, CURANDO LA NATURA, IL BAMBINO POSSA MATURARE DELLE RESPONSABILITÀ, REALIZZARE CONCRETAMENTE IL SUO POTENZIALE CREATIVO, VEDER FIORIRE LENTAMENTE LE COSE E IMPARARE AD ATTENDERE.

Nel 1800 l’era digitale era lontana, lontana anni luce, eppure il bisogno dei giardini dei bambini sopravvive ed è reale oggi come allora. Come mai?

I bambini del 1869 (anno della istituzione del primo giardino dei bambini italiano, ospitato a Venezia) incominciavano a fruire di un concetto di educazione che si andava rinnovando: la cultura si apriva a tutti, il mondo dei saperi incominciava a disporsi positivamente verso l’accoglienza dei talenti e la loro coltivazione indipendentemente dalla provenienza sociale, le università conquistavano spazi di libertà.  Basti pensare che Maria Montessori nasce nel 1870 e si laurea 26 anni dopo.

I bambini di oggi, a modo loro, vivono un’altra rivoluzione in cui l’educazione cambia dal punto di vista della territorialità e della velocità: internet rende la conoscenza immediata e transnazionale.

Noi genitori abbiamo due compiti fondamentali: educare i bambini all’uso consapevole della rete (dovendo probabilmente educare prima noi stessi) e contemporaneamente concedere ai nostri figli l’opportunità di non perdere il rapporto con la natura e con i tempi del mondo.

Può sembrare una dispendiosa banalità ma anche la coltivazione di una piccola pianta sul balcone di casa, meglio ancora se la coltivazione di piantine a uso alimentare e meglio ancora se la coltivazione di un piccolo orto, sono esperimenti che rimandano ai fini dei giardini dei bambini: aiutano lo sviluppo emotivo del bambino oltre che intellettivo.

Seminare, annaffiare, attendere, curare e controllare, sono tutte attività che sostengono il rapporto con l’io interiore, spiegano il tempo, la fatica, la pazienza e l’attesa, aiutano il bambino a sopportare le piccole frustrazioni della vita, ad assumersi piccole e importanti responsabilità, a metabolizzare pazientemente l’azione dell’aspettare spendendo fatica e tempo per raggiungere degli obiettivi prefissati con tenacia.

Fonte vitadamamma

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È IL CAPITALISMO CHE STA UCCIDENDO LA NATURA, NON L’UMANITÀ

L’ultimo rapporto Living planet del WWF è una lettura piuttosto dura: la fauna selvatica è diminuita del 60% dal 1970, alcuni ecosistemi stanno collassando e c’è una buona possibilità che la specie umana non abbia vita lunga. La relazione sottolinea continuamente come la colpa di questa estinzione di massa sia da attribuire all’uomo e a ciò che consuma, e i giornalisti si sono precipitati a diffondere questo messaggio. Il Guardian ha titolato: “L’umanità ha distrutto il 60% delle specie animali”, mentre la Bbc ha scelto: “Il consumismo ha causato una grossa perdita di fauna selvatica”. Non c’è di che stupirsi: nelle 148 pagine del rapporto la parola “umanità” appare 14 volte, e “consumismo” 54 volte.

C’è un termine, però, che non compare nemmeno una volta: capitalismo. Si potrebbe dire che, ora che l’83% degli ecosistemi di acqua dolce stanno collassando (un’altra delle statistiche inquietanti del rapporto), non abbiamo tempo di disquisire di semantica. Eppure, come ha scritto l’ecologista Robin Wall Kimmerer, “trovare le parole giuste è il primo passo per iniziare a capire.”

Nonostante il rapporto del WWF si avvicini al concetto, parlando del problema come di una questione culturale, economica e di modello produttivo insostenibile, non riesce a identificare il capitalismo come ciò che lega in maniera cruciale (e a volte casuale) tutte queste cose. In questo modo ci impedisce di vedere la reale natura del problema e, se non lo nominiamo, non possiamo affrontarlo perché è come puntare verso un obiettivo invisibile.

Il rapporto del WWF fa bene a evidenziare “il crescente consumo da parte dell’uomo”, e non la crescita della popolazione, come la causa primaria dell’estinzione di massa, e si sforza in maniera particolare di illustrare il legame tra la perdita di biodiversità e il consumismo. Però si ferma lì, non dice che è il capitalismo a imporre questo modello sconsiderato di consumo. Questo –  in particolar modo nella sua forma neoliberista – è un’ideologia fondata sull’idea di una costante e perenne crescita economica, spinta proprio dai consumi: un assunto semplicemente fallace.

L’agricoltura industriale, il settore che il rapporto identifica come il responsabile primario della perdita di specie animali, è stata marcatamente costruita su principi capitalisti. Prima di tutto perché impone che abbiano valore solo quelle specie “mercificabili”, e secondo perché, nel cercare solo il profitto e la crescita, ignora tutte le conseguenze – come l’inquinamento o la perdita di biodiversità. Il rapporto, invece di richiamare l’attenzione sull’irrazionalità del capitalismo, che considera priva di valore la maggior parte della vita su questo pianeta, non fa altro che supportare la logica capitalista usando termini come “beni naturali” e “servizi dell’ecosistema” per riferirsi al pianeta vivente.

Il rapporto del WWF sceglie l’umanità come unità di analisi e questo monopolizza il linguaggio della stampa. Il Guardian, per esempio, riporta che “la popolazione globale sta distruggendo la rete della vita.” Questa frase è totalmente fuorviante: il rapporto del WWF riporta effettivamente che non è tuttal’umanità ad essere consumista, ma non sottolinea abbastanza che è solo una piccola minoranza della popolazione mondiale a causare la maggior parte dei danni.

Dalle emissioni di anidride carbonica all’impronta ambientale, è il 10% più ricco della popolazione ad avere l’impatto maggiore. Inoltre, non si dice che gli effetti del cambiamento climatico e della perdita di biodiversità abbiano maggiore impatto sulle persone più povere – le persone che contribuiscono al problema in maniera minore. Sottolineare queste differenze è importante perché sono queste il problema, e non l’umanità per sé, e perché le disuguaglianze sono endemiche nei sistemi capitalisti, specialmente per via della sua eredità razzista e colonialista.

“Umanità” è una parola ombrello che tende a coprire tutte queste crepe, impedendoci di vedere la situazione per come è. Inoltre, diffonde l’idea che gli esseri umani siano intrinsecamente “cattivi”, e che sia in qualche modo parte della nostra natura consumare fin quando non è rimasto niente. Un tweet postato in risposta alla pubblicazione della relazione del WWF suggeriva che fossimo “dei virus con le scarpe”: un atteggiamento che spinge solo verso una crescente apatia. 

Ma cosa succederebbe se questa sorta di auto-critica la rigirassimo verso il capitalismo? Non solo sarebbe un target più corretto, ma potrebbe anche darci la forza di vedere l’umanità come una forza benevola.

Le parole fanno ben altro rispetto ad assegnare responsabilità diverse a diverse cause. Le parole possono costruire o distruggere le narrazioni che abbiamo diffuso sul mondo, e queste narrazioni sono importanti perché ci aiutano a gestire la crisi ambientale. Usare riferimenti generalizzati all’umanità o al consumismo per parlare dei fattori preponderanti nella perdita di biodiversità non è solo sbagliato, ma contribuisce a diffondere una visione distorta su chi siamo e chi siamo in grado di diventare.

Parlare del capitalismo come di una causa fondamentale del cambiamento climatico, al contrario, ci aiuta a identificare tutta una serie di idee e abitudini che non sono né permanenti né fanno parte del nostro essere umani. Così facendo possiamo imparare che le cose non devono andare necessariamente così. Abbiamo il potere di indicare un colpevole ed esporlo. Come ha detto la scrittrice e ambientalista Rebecca Solnit, “Chiamare le cose con il loro nome distrugge le bugie che scusano, tamponano, smorzano, camuffano, eludono e incoraggiano all’inazione, all’indifferenza, alla noncuranza. Non basterà per cambiare il mondo, ma è un inizio.”

Il rapporto del WWF lancia un appello a trovare una “voce collettiva, cruciale se vogliamo invertire il trend della perdita di biodiversità”. Ma una voce collettiva è inutile se non usa le parole giuste. Fin quando noi, e organizzazioni come il WWF, non riusciremo a nominare il capitalismo come la causa principale dell’estinzione di massa, saremo incapaci di contrastare questa tragedia.

Questo articolo è stato tradotto da The Conversation.

Fonte The Vision

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IL FENTANYL ARRIVA IN ITALIA, CON OLTRE 30MILA MORTI: ALTRO CHE CANNABIS!

Qualche giorno fa un 42enne di Desenzano, in provincia di Brescia, è stato arrestato dai carabinieri perché in casa sua sono stati trovati 1400 euro in contanti e 23 grammi di fentanyl. Il fentanyl è un farmaco oppioide simile alla morfina, prescritto per i casi più gravi di dolore cronico o utilizzato per anestetizzare i pazienti prima delle operazioni chirurgiche. Sintetizzato per la prima volta negli anni Sessanta, è un farmaco molto potente, fino a cento volte più della morfina. Se non viene assunto nelle dosi e nelle tempistiche corrette, anche una singola pillola può rivelarsi fatale. 

Il caso di Desenzano ha suscitato scalpore nell’opinione pubblica. Si tratta del primo arresto in Lombardia di un pusher di fentanyl, facendo scattare l’allarme su una sostanza che si credeva non fosse presente in Italia. Il motivo di tanta apprensione va ricercato al di là dell’oceano, negli Stati Uniti, dove è in corso da diversi anni una vera e propria epidemia di oppioidi. Solo nel 2017 30mila statunitensi sono morti per un’overdose causata da queste sostanze. Il National Center on Health Statistics stima che il 60% dei decessi è stato causato dal fentanyl, portando il presidente Donald Trump a definire la strage in corso “un’emergenza sanitaria nazionale”. Andrew Sullivan, sul New York Magazine, ha scritto che “Se la prima epidemia dell’uso di oppioidi fu provocata dall’industrializzazione, non c’è dubbio che l’epidemia di oggi sia scoppiata almeno in parte a causa della deindustrializzazione”. L’abuso di queste riguarda principalmente le regioni interne degli Stati Uniti, più colpite dalla crisi economica e produttiva. Sono i più poveri, i disoccupati e gli emarginati a farne uso, in quella che è sempre più un’emergenza sociale prima ancora che sanitaria. Il boom è stato causato da una liberalizzazione delle ricette che negli anni Novanta ha reso migliaia di americani consumatori abituali di oppioidi. 

L’emergenza non sembrava riguardarci, tanto che per l’Italia gli scienziati hanno sottolineato il problema opposto agli Stati Uniti, dato che gli oppioidi sono ancora percepiti come un tabù nella terapia del dolore. Anche quando dovrebbero essere somministrati, molti preferiscono evitarli. L’Italia non corre gli stessi pericoli degli Stati Uniti, per il semplice fatto che la legislazione in termini di distribuzione di farmaci oppioidi è molto diversa. Non esiste una liberalizzazione della vendita, rendendo impossibile una diffusione “legale” di questa sostanza come avvenuto oltreoceano. Eppure, grazie al mercato illegale, da qualche tempo anche l’Italia ha iniziato a fare i conti con la tossicodipendenza da fentanyl. 

Nell’aprile del 2017 un uomo di 39 anni è stato trovato senza vita nella sua stanza, a Milano. Al suo fianco le forze dell’ordine e i sanitari trovano una siringa, un accendino e della polvere marroncina. Il decesso è stato attribuito nel referto a “un’overdose da eroina”.

Il caso è stato presto dimenticato; le overdosi da eroina sono in costante aumento in Italia e il decesso del 39enne si confondeva con le altre morti. Nel settembre del 2018 – un anno e mezzo dopo – l’Istituto Superiore di Sanità ha però lanciato l’allarme: quella morte è stata causata dall’ocfentanil, derivato del fentanyl. “Identificazione per la prima volta sul territorio italiano della molecola ocfentanil e decesso legato all’assunzione della molecola,” si legge nell’allerta diramata dall’Iss.

I tempi lunghissimi con cui si è diffusa la notizia sono la prova che il sistema di allerta non ha funzionato. “Noi addetti ai lavori siamo stati avvertiti con un anno e mezzo di ritardo,” denuncia Ernesto de Bernardis, medico delle dipendenze e membro del Sitd, Società di medicina delle tossicodipendenze. “Avremmo dovuto saperlo prima per avvisare i consumatori dei rischi legati alla presenza nel mercato italiano di questi derivati sintetici molto più potenti dell’eroina, e quindi con rischio molto maggiore di overdose e decesso. Invece no. Un anno e mezzo”. Oltre al ritardo, si aggiunge il fatto che l’allerta lanciata dall’Iss chiedeva espressamente di evitare la diffusione della notizia, con un’operazione di scarsa trasparenza che ha ostacolato l’obiettivo primario per chi lavora nel settore: la prevenzione. Che quel decesso fosse da attribuire al fentanyl, lo aveva già scoperto in modo indipendente la sezione di Tossicologia forense del dipartimento di Scienze biometriche dell’Università di Milano.

Lo studio Un caso di morte per ocfentanil: analisi del farmaco è uscito a inizio agosto dello scorso anno, anticipando di oltre un mese il sistema di allerta nazionale 
Questi ritardi e malfunzionamenti sono già di per sé una notizia preoccupante, oscurata però dal fatto che quello di Milano non è stato un caso isolato. Un 42enne è morto a Torino nell’ottobre 2017 a causa di un oppioide sintetico, l’U47700. A settembre 2018 si è poi scoperto che un decesso per overdose avvenuto in provincia di Varese quattro mesi prima, attribuito all’eroina, era in realtà dovuto al furanilfentanil. In questo caso il sistema di allerta ha impiegato quattro mesi per attivarsi, con la solita nota in cui si chiedeva di non diffondere la notizia. Sempre negli ultimi tempi, sono iniziate le operazioni di sequestro di fentanili e suoi simili. A febbraio un uomo di Cinisello Balsamo è stato arrestato per aver comprato sul dark web 1,3 grammi di fentanyl, sufficienti per confezionare quasi duemila dosi. L’operazione è avvenuta di concerto con la polizia del Canada, Paese da cui proveniva l’oppioide acquistato dallo spacciatore. Nelle stesse ore, altri arresti sono avvenuti a Alba e a Roma. L’ultimo caso è invece quello dei giorni scorsi a Desenzano, con l’arresto e il sequestro dei 23 grammi della sostanza sintetica, pronti per essere venduti. Se fino a pochi mesi il fentnayl non esisteva nel mercato italiano degli stupefacenti, una serie di overdose e arresti ha ufficializzato che l’oppioide responsabile di migliaia di morti negli Stati Uniti ha iniziato a diffondersi anche da noi. 

Il dibattito sulle droghe pesanti si è riacceso in Italia, alimentato dai dati che confermano un incremento del consumo di eroina, soprattutto tra i più giovani. Alcuni lo chiamano “ritorno”, ma la realtà è che l’eroina non ha mai lasciato l’Italia dopo il boom degli anni Novanta. Oggi nel Paese ci sono circa 300mila italiani che ne fanno uso, secondo uno studio del Cnr, a cui si aggiungono i quasi 600mila che fanno invece utilizzo di droghe sintetiche. Il numero di minori tossicodipendenti presi in carico dai Servizi sanitari locali è quasi raddoppiato negli ultimi cinque anni, mentre nell’ultimo anno gli under 25 collocati nelle comunità dell’area penale, che includono chi ha commesso reati legati agli stupefacenti, sono stati 1.837, con un aumento di 300 unità rispetto al 2015. 

La notizia dell’arrivo del fentanyl in Italia apre scenari gravi: l’emergenza in corso negli Stati Uniti è davanti ai nostri occhi, un monito a fare prevenzione e a ostacolare il consumo dei fentanili prima che raggiunga volumi non arginabili. Un secondo aspetto che preoccupa è invece quello relativo alle tempistiche. Il fentanyl e i suoi simili circolano in Italia almeno dalla primavera del 2017, data del primo decesso registrato, ma gli addetti che si occupano di cura e prevenzione delle dipendenze lo sanno solo da pochi mesi, con conseguenze drammatiche. 

“C’è stata una crescita delle morti per eroina, ma adesso bisogna capirne di più, perché è possibile che possa trattarsi anche di eroina mischiata a fentanyl,” ha spiegato Elisa Norio, ricercatrice del Centro ricerche e studi su sicurezza e criminalità (Rissc) di Torino. In effetti, anche la morte per overdose avvenuta a Milano due anni fa è stata ricondotta all’eroina, e molte delle morti successive potrebbero essere state male interpretate. “Non abbiamo ad oggi neppure idea di quanti decessi da fentanili non farmaceutici siano avvenuti nel frattempo. Sembra difficile immaginare che si trattasse di un caso isolato di spaccio,” ha denunciato Ernesto De Bernardis. 

Mentre a livello istituzionale ci si batte contro le droghe leggere, con un nuovo disegno di legge che vuole tornare ai tempi della Fini-Giovanardi e con l’operazione Scuole sicure con cui schiere di cani antidroga vengono sguinzagliati nelle scuole per trovare adolescenti pochi grammi di cannabis, la vera emergenza potrebbero diventare gli oppioidi. Piuttosto che criminalizzare i possessori di pochi grammi di marijuana per uso personale, le risorse impiegate per questo scopo dovrebbero essere destinate a prevenire quella che è una crisi sanitaria che in altri Paesi sta causando migliaia di morti. Nel 2018 in Italia si è verificata una morte ogni due giorni per droghe pesanti, con l’eroina a farla da padrone. La comparsa del fentanyl sul mercato illegale italiano porta con sé il potenziale per rendere ancora più grave questo bilancio.

Da: QUI

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Vitamina D: Tutti ne hanno bisogno, ma lo tengono nascosto perché il mercato degli antidepressivi potrebbe scomparire

Il 37,3% degli studi recensiti ha documentato infatti che i livelli medi plasmatici di 25(OH)D ( vitamina D) è inferiore a 25 ng/ml, valore considerato pesantemente sotto la soglia ottimale che è di 80 ng/ml.

E quello che è importante è che uno studio pubblicato su FASEB Journal ha dimostrato che la la vitamina D agisce sul gene TPH2 e trasforma il triptofano in serotonina ed attiva anche gli ormoniossitocina e vasopressina.

Questo è davvero grandioso ed infatti è una ricerca che ha avuto molto eco nella comunità scientifica, perché prima d’ora non era stato chiaramente definito l’effetto della vitamina D sul comportamento umano e sulla psiche. Per chi non lo sapesse

Serotonina: è il cosiddetto “ormone del benessere“, regola il transito intestinale, il sonno, l’appetito, l’umore e il peso corporeo. Bassi livelli di serotonina sono associati con tendenze suicide, disordine ossessivo-compulsivo, alcolismo, depressione e ansia.

Ossitocina: è il cosiddetto “ormone del piacere” che ha funzioni prettamente psico-emotive come il legame tra madre e figlio, lo stato emotivo, il riconoscimento sociale. Studi hanno dimostrato che bassi livelli di ossitocina sono legati alla schizofrenia e alla depressione. E’ stato inoltre osservano che la somministrazione di ossitocina riduce l’attivazione dei circuiti cerebrali coinvolti nella paura, aumentando i livelli di contatto visivo, la fiducia e la generosità.

Vasopressina: è il cosiddetto “ormone della fedeltà” che spinge verso la socializzazione e le relazioni sentimentali. Studi hanno dimostrato che bassi livelli di vasopressina spingono alla rabbia, all’incapacità di relazionarsi e al tradimento del partner.
Tutti questi importanti ormoni fondamentali non solo nelle reazioni bio-chimiche che avvengono nel corpo ma che influiscono la mente e il comportamento sono innescate e stimolate dalla vitamina D.

Nessuno lo deve sapere perché il mercato degli antidepressivi non riuscirebbe a competere con questo pro-ormone fantastico senza effetti collaterali e soprattutto che non è mutuabile e che costa pochissimo.

La vitamina D viene prodotta naturalmente quando ci esponiamo al sole senza le creme solari dato che queste bloccano i raggi UVB che innescano nell’epidermide la produzione della vitamina D. Bastano 15-23 minuti al giorno con braccia gambe e torso che possono assorbire i raggi del sole. Inoltre è stato osservato che anche il sun gazing permette di assorbire vitamina D grazie ai fotorecettori presenti nella retina che sono attraversati dal flusso sanguigno.
Esistono prove che la depressione maggiore è associata a bassi livelli di vitamina D e che la depressione è aumentata nel corso del secolo scorso durante il quale i livelli di vitamina D sono sicuramente diminuiti. Esistono prove che la depressione è associata a malattie cardiache, ipertensione, diabete, artrite reumatoide, cancro e bassa densità minerale ossea, tutte malattie che si pensano essere causate, almeno in parte, dalla carenza di vitamina D.

Le principali funzioni biologiche della vitamina D sonomantenere normali i livelli di calcio e fosforo nel sangue e favorisce l’assorbimento del calcio contribuendo a formare e mantenere le ossa sane e a contrastare l’osteoporosi e frattureRafforza il sistema immunitarioPreviene e tratta il cancro al seno e del colon-retto, della prostataPreviene e tratta diabete, ipertensione, sclerosi multiplaCura le verruche, i disturbi dell’umore, l’ipotiroidismo. E’ poco risaputo inoltre che la vitamina D è il più potente antiaging esistente al mondo e che la sua carenza fa aumentare la mortalità. Uno studio infatti ha dimostrato che la carenza di vitamina D è molto diffusa ed associata ad un aumento della mortalità tra gli anziani nelle case di cura.

La vitamina D, oltre a produrla naturalmente il tuo corpo è anche economica da supplementare (specialmente nella stagione invernale) dato che la vitamina D non è brevettabile perché è una molecola biologica. Non ci guadagna con un brevetto nessuno e per questo non viene pubblicizzata.

Sei depresso? Sei ansioso? Sai quale è il tuo valore di 25OHD? Se non lo sai basta fare l’esame del sangue. Se hai un valoreinferiore a 25 ng/ml (50 nmol/l) carenza gravetra 25 e 50 ng/ml carenza lievetra 50 e 100 ng/ml valore ottimale
Non devi superare i 100 ng/ml ( 200 nmol/l) perchè altrimenti la vitamina D è tossica. La dose giornaliera da assumere secondo diversi medici varia da 400 UI a 8.000 UI al giorno, e il valore varia molto perché ogni ricercatore ha avuto risultati diversi dato che l’assimilazione e l’attivazione degli integratori di vitamina D non è semplice dato che dipende dallo stato di salute dei reni e del fegato.

Il Dott. Coimbra con 8.000 UI al giorno di vitamina D sta ottenendo una guarigione del 95% dei pazienti affetti da sclerosi multipla e patologie autoimmuni.

Come riequilibrare la vitamina D? L’ideale è esporsi al sole 20 minuti al giorno non solo il viso. Assumere vitamina D secondo le dosi riportate sulla confezione è generalmente sicuro ma se vogliamo avere effetti terapeutici dovremmo affidarci ad un medico esperto che la conosce e che saprà dirci come far salire il livello plasmatico di vitamina D senza problemi. Il Dott. Claudio Sauro è molto esperto in materia e la usa per trattare molte patologie incluso il cancro.

Queste sono informazioni importanti che tutti dovrebbero conoscere. Lunga vita e felice con la vitamina D.

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Cancella i tremori del Parkinson,la macchina rivoluzionaria e’ in Italia: i pazienti si curano cosi’

di Andrea Centini

Il macchinario, costato quasi 8 milioni di Euro, oltre ai tremori del Parkinson può trattare anche i dolori neuropatici e alcune forme di tumore. I vantaggi che offre sono molteplici e non ha alcun effetto collaterale.

Entrata in funzione in Italia la prima macchina in grado di eliminare del tutto o in parte i tremori del morbo di Parkinson. L’avveniristico dispositivo, chiamato MrgFUS, acronimo di Magnetic Resonance guided Focused Ultrasound (Trattamento con Ultrasuoni Focalizzati guidati dalla Risonanza Magnetica), è efficace nell’80 percento dei pazienti e consente una guarigione con innumerevoli vantaggi rispetto ai trattamenti standard. È infatti sufficiente una singola sessione senza la necessità di ospedalizzazione; non ha effetti collaterali; opera senza radiazioni; non provoca alcun tipo di dolore; evita la possibilità di contrarre infezioni batteriche ospedaliere – responsabili di 7mila decessi ogni anno in Italia -; non richiede interventi chirurgici e anestesia e non ha alcuna invasività. Insomma, è un macchinario rivoluzionario che cambierà in meglio la qualità della vita di moltissimi pazienti.

Ma come funziona la MrgFUS? Il macchinario, come suggerisce il nome completo, si basa su due principi che operano in sinergia: una Risonanza Magnetica “3 Tesla”, che aiuta il personale sanitario a individuare e monitorare la parte esatta dell’organismo da trattare, e gli ultrasuoni focalizzati che producono ablazione dei tessuti malati. Ciò consente non solo di curare i tremori scaturiti dal morbo Parkinson, una diffusa patologia neurodegenerativa, ma anche tremori derivanti da altre condizioni, l’invalidante dolore neuropatico e varie forme di tumori legati alle ossa. Il macchinario può inoltre curare fibromi e una forma di endometriosi chiamata adenomiosi. In futuro gli scienziati sperano di sfruttarla anche per rilasciare farmaci nel cervello attraverso la barriera emato-cefalica e trattare altre forme di tumore, come il cancro alla prostata e le metastasi ossee.

Prodotta in Israele, la MrgFUS è stata installata presso l’Ospedale Borgo Trento dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona, dove è stata presentata in una conferenza stampa con la partecipazione di varie figure istituzionali. Fra esse il Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, il Sindaco di Verona Federico Sboarina e il Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria. Il macchinario, il primo sbarcato in Europa, è costato 7 milioni e 087 mila euro, dei quali una parte (1 milione 360 mila) donati dalla Fondazione Cariverona e la restante investiti con utili della stessa Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona (AOUI).

[Credit: Università della California, San Francisco]

Fonte: SCIENZE.FANPAGE.IT

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Il cervello addominale: ecco come le emozioni provocano disturbi digestivi e intestinali

Avete presente quando interiorizzate le emozioni, sensazioni e sentimenti così tanto da poterle sentire proprio con la pancia? Molti non sanno che nella pancia c’è un secondo cervello, quasi una copia di quello che abbiamo nella testa e che non serve solo alla digestione. Come il cervello della testa anche quello addominale produce sostanze psicoattive che influenzano gli stati d’animo, come la serotonina, la dopamina ma anche oppiacei antidolorifici e persino benzodiazepine.

In pratica, l’intestino si comporta come un secondo cervello (cervello addominale) in grado di mandare segnali di stress in modo autonomo, condizionando la produzione dell’ormone del benessere, rilasciato proprio da quest’organo. Le discussioni in famiglia, la rabbia e le tensioni sul lavoro si accumulano proprio sull’addome, laddove, quando sei preoccupata, è subito possibile sentire lo stomaco che ‘tira’ o la pancia che si gonfia come un palloncino.

Il cervello addominale sarebbe addirittura dotato di memoria che per fissare i ricordi usa le stesse molecole del cervello della testa: gli stress del passato si stampigliano così nel cervello e nell’addome, rendendo l’asse tra questi due centri ipersensibile per tutta la vita. E questo spiega perché i bambini che soffrono di coliche nell’infanzia hanno in genere un rischio maggiore di diventare adulti sofferenti per il colon irritabile.

Lo stress che gonfia!

Secondo la medicina cinese, la pancia gonfia indica un accumulo di ansia che non riesce ad essere scaricata in altro modo e, quindi, viene interiorizzata e accumulata internamente. Il respiro affannoso, proprio di chi vive in modo particolarmente agitato, contribuisce a far ingerire molta aria che, non potendo essere espulsa da naso e bocca, resta intrappolata nell’intestino.

Matrice psicosomatica nei disturbi intestinali

Pancia gonfia, dispepsia, meteorismo, colon irritabile possono avere un’origine psicosomatica. Sempre più persone soffrono di disturbi di stomaco e intestino.

  • Tra i sintomi che più comunemente vengono riferiti al proprio medico ci sono:
    stitichezza e diarrea
  • dolori addominali di tipo crampiforme
  • pancia e stomaco gonfi
  • meteorismo e flatulenza
  • digestione lenta
  • nausea

A questi disturbi si risponde con indagini diagnostiche che comprendono esami e test per scoprire le cause fisiche che li originano, ad esempio:

  • eventuali allergie e intolleranze alimentari
  • presenza di ulcere e infiammazioni della mucosa gastroduodenale
  • calcoli biliari
  • diverticoli o polipi intestinali e via discorrendo

Sono tantissime le malattie che provocano disturbi all’apparato gastrointestinale, ma non sempre dietro un addome costantemente gonfio e affaticato c’è una patologia. Certo, questi mal di pancia emotivi non sono gravi, non sono patologici ma… possono sempre diventarlo se non si affrontano le cause psicologiche che ne sono all’origine.

Correlazione tra stato emotivo e disturbi digestivi e intestinali

Ma come è possibile che una stitichezza ostinata, uno stomaco gonfio e dolorante che fatica a digerire anche il pasto più leggero possano essere conseguenza di uno stato emotivo alterato?Consideriamo il funzionamento parallelo di questi due organi: intestino e cervello, che “dialogano” in modo molto più stretto di quanto possiamo immaginare. Infatti anche nell’intestino sono presenti cellule neuronali, seppur molte meno rispetto a quelle cerebrali, le quali, influenzate da fattori fisici e da stimoli di vario tipo, tra cui le emozioni interne, rilasciano ben il 95% della serotonina totale sprigionata dall’organismo.

La serotonina è proprio l’ormone che regola gli stati d’animo e le loro mutazioni, e le informazioni in esso presenti, vengono inviate direttamente al sistema limbico del cervello, che ha il compito di rielaborale. Quando le emozioni hanno un tratto negativo, e sono associate a stati di tensione e di ansia o di paura, allora il cervello invia all’intestino “l’ordine” di rilasciare altra serotonina per gestire il surplus emotivo ma questo ha delle conseguenze sulla funzionalità dell’apparato digestivo.

Cosa succede?

Ciò che accade è che la muscolatura addominale si contrae provocando gonfiore, diarrea o stitichezza, crampi, senso di tensione, spasmi. Ma non è finita qui, infatti la tensione emotiva, lo stress, inducono una iper-secrezione di acido cloridrico da parte dello stomaco, cosa che può alla lunga provocare infiammazione delle mucose e quindi bruciori, gastrite, persino ulcere.

La muscolatura addominale contratta nella zona diaframmatica, infine (cosa di cui ci accorgiamo quando tendiamo, senza renderci contro, a stare in apnea anziché respirare profondamente “di pancia”), rallenta la digestione e crea la classica dispepsia.

E’ dunque molto importante, una volta che gli esami clinici e i test allergologici abbiano escluso un’origine patologica dei nostri disturbi gastrointestinali, cercare di lavorare sul nostro stato psicologico, abbassando i livelli di stress e trovando delle valvole di sfogo.

Le emozioni negative possono farci ammalare, ricordiamocelo!

Fonte Psicoadvisor

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